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Allo European Forum of Islamic Finance di Milano si parla di un'Italia in netto ritardo rispetto alle vicine Francia e Gran Bretagna e che ha bisogno di concentrarsi sulle politiche e sull'applicazione delle leggi nel campo della finanza islamica.
di Imane Barmaki
“In Italia c’é una lunga tradizione di finanza etica e di cooperative territoriali che non sono shari’a compliant ovviamente ma che sono banche che hanno un approccio verso il cliente e verso lo sviluppo territoriale che é condiviso dalla religione islamica”. Con queste considerazioni, Alberto Brugnoni, presidente di ASSAIF, ha aperto i lavori dello European Forum of Islamic Finance spiegando proprio le ragioni che lo hanno spinto ad organizzare un evento del genere in un momento in cui l’Italia continua ad essere latente sul tema della finanza islamicae la sua applicabilità anche in Italia.
Alberto Brugnoni, nel corso della sua introduzione, ha inoltre sottolineato che
l’ Italia rimane comunque il paese con una grande tradizione di rapporti con l’Islam, con i paesi arabi e con una posizione geopolitica ben evidente: infatti è il primo esportatore al mondo verso tutti i paesi dell’area MENA (Medio oriente e nord africa) ed è per questo che non può continuare ad essere estraneo a quello che sta succedendo nella sponda Sud del Mediterraneo e, in particolare, non può essere estraneo all’argomento “Finanza Islamica”.
I lavori del Forum sono continuati focalizzandosi sull’esperienza dei due paesi europei che si stanno muovendo in maniera determinata rispetto alla questione della finanza islamica: la Gran Bretagna e la Francia.
In Francia il governo di destra di Sarkozy ha iniziato un processo di apertura e sostegno alla finanza islamica tramite una politica estera vincente di dialogo con i Paesi a maggioranza musulmana. In Italia, invece, abbiamo un ritardo di carattere psicologico e culturale dovuto soprattutto ai media che non affrontano la questione in maniera obiettiva.
Si è parlato anche degli ostacoli allo sviluppo della finanza islamica nei paesi europei. In particolare, l’ostacolo comune a tutti i paesi dell’Europa continentale, meno ovviamente il Regno Unito, che ha cambiato qualche anno fa la sua normativa e, da febbraio, la Francia, è quello di carattere fiscale. In particolare è emersa la necessità dieffettuare una serie di riforme a livello legislativo nell'ambito fiscale.
Le differenze tra finanza islamica e etica sono state chiarite dall’intervento dello Shaykh Haytham Tamim dalla Gran Bretagna che ha sottolineato le basi comuni tra questi due mondi, mentre Alberto Brugnoni ha dichiarato che la finanza islamica ha molte cose da imparare dalla finanza etica e viceversa.
Altra idea chiara elaborata durante l’incontro è che la finanza islamica sta attraversando un momento critico perché si é concentrata negli ultimi anni sulle strutture legali e non tanto sulle politiche. Riguardo alle politiche, le banche etiche sono molto più avanti in termini di rispetto per l’ambiente, del territorio inteso in maniera sociale, e sviluppo industriale. Queste tematiche, che vanno sotto la denominazione di shari’a compliant, non sono state prese in considerazione dalla finanza islamica che si è occupata sino ad ora solo di strutture.
La finanza etica, come quella islamica, pone come elemento centrale la persona e l’equa divisione delle ricchezze e delle risorse. I valori che stanno alla base della finanza etica sono valori condivisi dalla società civile mentre quella della finanza islamica derivano da precetti religiosi. Nella finanza etica ci sono dei criteri di inclusione e non di esclusione come invece accade in quella islamica.
Infine, parlando della comunità musulmana in Italia si è sottolineata la sua inferiorità numerica rispetto a quella inglese ma anche una differenza sostanziale: in Inghilterra i musulmani sono alla terza, quarta generazione, mentre in Italia arrivano alla seconda. Ciò implica problematiche e potere economico differenti. In Italia, infatti, gli attuali problemi sono l’identità, la rappresentanza e la lingua.
(14 Maggio 2009)
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